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Cadutipolizia.it ringrazia la signora Anna Bruno, figlia del Caduto Luigi Bruno, per averci concesso l’onore di riportare sulle nostre pagine la sua toccante testimonianza di quanto accadde al padre, agente di Polizia in servizio presso la questura di Fiume il 5 Maggio 1945.

Le commosse parole della signora Anna ci offrono un drammatico spaccato di quanto accadde nella Venezia Giulia in quei tragici giorni della tarda primavera del 1945.

Sono Storia.

Ringraziamo inoltre il nostro collaboratore, signor Aldo Viroli, per la cortese e preziosa collaborazione.

La “scomparsa” di mio padre
- La "piccola" Anna Bruno alla ricerca del padre, vittima delle foibe-

 

“….. Nel periodo della II^ Guerra Mondiale vivevo a Fiume, in Via Milano n. 5, ed ero una bambina felice e fortunata circondata dall’affetto di mamma, papà e dei miei due fratelli più grandi. La nostra vita scorreva serena, ricordo le passeggiate con i miei genitori per le belle vie di Fiume, le mie corsette sul ponticello che univa Fiume a Susa, le gite ad Abbazia e nelle località vicine e le giornate trascorse al mare. Mio papà mi adorava e giocava sempre con me. Ricordo che quando rientrava dall’Ufficio, fingeva di cercarmi per casa, io allora mi nascondevo in uno spazio vuoto che restava fra due armadi nella camera da letto e lui mi chiamava: “la mia Anna dov’è?” Quando poi io uscivo dal mio nascondiglio mi stringeva fra le sue braccia e io ero felice niente mi poteva fare presagire che proprio a guerra finita dovesse avere inizio la mia odissea.

Mio padre era una guardia di pubblica sicurezza in servizio presso la Questura di Fiume. Il 5 maggio del 1945 alle ore 14:00 si recò di sua spontanea volontà in Questura per consegnare le armi, così come gli era stato ordinato dal nuovo regime di Tito. Ricordo che mia madre lo pregava di non andare, come presagendo qualcosa di terribile, ma mio padre rispose che non aveva nulla da temere e andava a fare il suo dovere per tenere fuori da rappresaglie la famiglia. Quel giorno, cosa strana, venne a prenderlo a casa un collega d’ufficio e prima di andare via consigliò a mio padre di lasciare a casa i suoi oggetti personali, la penna e l’orologio d’oro e di mettere un cappotto più dimesso perché i titini sicuramente glieli avrebbero sequestrati. Neanche in questo caso mio padre ebbe nessun sospetto su quel “giuda”, che poi sapemmo essere un confidente degli slavi. Tengo a precisare che mio padre non era uno sprovveduto e conosceva bene il pericolo cui andava incontro. Infatti prima che Tito occupasse Fiume, aveva voluto mettere in salvo la sua famiglia, mandando anche contro il loro volere i miei fratelli a Bologna presso degli zii e io e la mamma a Udine presso mio zio materno, I miei fratelli restarono a Bologna, mentre la mamma vedendo che papà non ci raggiungeva volle tornare con me a Fiume per stare vicino al mio papà. E fù così che ci trovammo coinvolte nel più profondo degli orrori che mai persona umana possa immaginare. Il “traditore” (così lo chiamai), tornò la stessa sera a casa sua, invece mio padre fu trattenuto e non fece più ritorno a casa. Quel 5 maggio fu l’ultima volta che vidi mio padre e per me iniziarono i giorni più neri.

Non vedendo ritornare mio padre, mia mamma, la stessa sera o l’indomani, cominciò a chiedere notizie e venne a sapere che mio papà era tenuto prigioniero nel carcere di Fiume insieme ad altri poliziotti e civili. Dal comando fecero sapere che i familiari potevano portare cibo e indumenti, che sarebbero stati recapitati ai prigionieri. Mia mamma, riempì le borse di cibo e indumenti e ci recammo nel piazzale antistante il carcere, dove erano altri familiari per consegnare pacchi e avere notizie. Le borse con il cibo e i pacchi furono ritirati, ma notizie nessuna. L’indomani, tornando sul posto, mia madre mentre aspettavamo, mi disse di chiamare a voce alta mio papà, in modo tale da fargli sapere che stavamo bene ed eravamo lì sotto. Io chiamai con quanta voce avevo in gola: “Papà” (purtroppo non si rivelò un’idea felice). Nella cella dove si trovava mio papà c’era un piccolo spiraglio alla finestra, mio papà senti e per far capire che ci aveva visto fece un cenno di saluto con la mano e mi chiamò per nome. A questo punto mia mamma mi disse: “Anna guarda lassù c’è papà”. Io alzai lo sguardo e lo chiamai ancora agitando le mani, ma ad un tratto usci fuori un soldato (druso) armato fino ai denti e cominciò a sparare verso la nostra direzione sulle persone lì radunate.

Ancora oggi non so come siamo riuscite a rimanere illese, ricordo che mia madre mi prese per mano e mi diceva: “Corri, Anna, corri”. L’indomani siamo tornate nuovamente sul posto sempre con pacchi pieni di cibo e indumenti e la speranza di avere notizie. Questa volta c’era poca gente, io chiamai ancora mio papà tante volte, ma non ottenni risposta, anzi ci parve di sentire come dei deboli lamenti. Ritornando a casa stanche e deluse, mia madre raccontò quello che era successo ad alcuni amici che abitavano nel nostro palazzo, questi consigliarono mia madre di non ritornare più sul posto, perché quasi certamente mio padre, per avermi salutato e chiamata era stato torturato. Il giorno seguente mia mamma andò a chiedere notizie presso una famiglia che abitava proprio di fronte al carcere, queste persone le dissero che ormai era inutile cercarlo lì, perché durante la notte avevano sentito degli strani rumori e da dietro le imposte avevamo visto dei camion militari sui quali avevano fatto salire tutti i prigionieri e non sapevano dove li avevano potati, anzi le dissero molto gentilmente di non andare più da loro a chiedere notizie perché avevano paura di rappresaglie. Da quel giorno e nei giorni seguenti fu una continua ricerca e rincorrere luoghi nei posti segnalati, ma di mio papà nessuna traccia. Durante questo nostro pellegrinaggio in cerca di mio papà, si presentò ai miei occhi un immagine che non dimenticherò mai, vidi un carabiniere, appeso con un gancio di macelleria e al posto degli occhi aveva due stellette e un cartello con la scritta: “carne di basso macello”. Quelli furono giorni di terrore dove l’odio e la vendetta la facevano da padroni.

Mia madre non voleva allontanarsi da Fiume, si sperava sempre che mio padre ritornando ci potesse sul posto. Ormai restare in quella città era diventato inutile e pericoloso, così radunate quelle poche cose che potevamo portare via, con l’aiuto di alcuni amici che abitavano nel nostro palazzo e ottenuto il lasciapassare ci mettemmo in viaggio su un carro bestiame per raggiungere Udine dove abitava e abita ancora un fratello di mia madre. Il viaggio verso Udine era breve, ma per noi fu interminabile e disastroso, per le continue fermate e i controlli dell’O.Z.N.A. (la famigerata polizia segreta) nessuno mai era certo di arrivare alla metà. Nel convoglio (o carro bestiame) che ci avrebbe dovuto portare verso la libertà, viaggiava una giovane coppia e durante uno di questi controlli salirono due drusi, accompagnati da un italiano (cosa ancora più grave) e prelevarono questo giovane. La giovane sposa cercò di seguirlo, ma fu allontanata con il calcio del mitra e sbattuta dentro il convoglio. Mentre quel povero infelice fu costretto, stretto fra due titini, a scendere e allontanarsi come Cristo sotto il peso della Croce.

Ricordo bene questo episodio doloroso, perché questa giovane donna piangeva disperata e mi mamma e un’altra donna cercavano di consolarla dicendole: “Non piangere, non disperarti così, pensa al tuo bambino” Nella mia ingenuità di allora non capivo e cercavo il bambino, speravo di avere un compagnetto di viaggio. Quel bimbo o bimba purtroppo non avrebbe mai conosciuto il suo papà. A causa degli stenti e dei gravi disagi subiti nel lungo pellegrinaggio da un luogo all’altro nella disperata ricerca di mio padre, fui colpita da una grave forma di anemia. A Udine frequentavo la seconda elementare e ricordo con riconoscenza e affetto la mia maestra Elsa Persico che quasi ogni giorno mi chiamava in disparte e mi dava da bere un uovo crudo praticando un buchetto nel guscio. Fra tanti orrori un atto di generosità che non dimenticherò mai.

 I mesi passavano e io continuavo a sperare che papà ritornasse. Ricordo era un Sabato Santo, mentre mia mamma e mio zio erano usciti io mi recai da sola in una vicina Chiesa: il Tempio Ossario di Udine, mi inginocchiai ai piedi del Crocifisso e mi misi a pregare per il mio papà. Quando mia mamma e mio zio rientrarono non trovandomi a casa si preoccuparono e cominciarono a cercarmi, finalmente mi trovarono in Chiesa inginocchiata ai piedi del Crocifisso. Mia mamma capì e non ebbe il coraggio di rimproverarmi, mi chiese solo cosa facessi a quell’ora in Chiesa, io con le lacrime agli occhi le risposi: “Aspetto che Gesù resusciti per chiedergli di fare ritornare papà”. Mamma mi abbracciò e tornammo insieme a casa. Tutte le preghiere però furono vane e così dopo un anno sprovviste di mezzi di sostentamento e non volendo pesare ancora sul bilancio familiare di mio zio con rammarico di mia madre siamo scesi in Sicilia dove ci aspettavano i nonni materni. Mia madre non si poteva rassegnare e continuava a chiedere notizie sulla sorte toccata a mio padre. Ma un brutto giorno giunse a casa dei nonni una lettera dove veniva comunicato freddamente che Bruno Luigi era morto e di non chiedere più notizie. Ho ancora nelle orecchie il pianto straziante di mia mamma che mi abbracciò forte e disse: “Anna, papà non tornerà più a stringerti fra le sue forti braccia”. Quel giorno ha segnato la mia vita e ho fatto una promessa a me stessa che avrei speso la mia vita per la ricerca della verità e della giustizia e il mio unico obiettivo portare avanti la memoria di mio padre “martire delle foibe”. Ho trovato molte difficoltà e sbattuto contro muri di gomma, ma non mi arrenderò sino a che avrò vita.

Ancora oggi mi chiedo quale fu la fine di mio padre?

In quale foiba fu gettato?

Quale fu la sua colpa?

Certamente quella di essere Italiano!

Ho voluto raccontare questa mia storia per fare comprendere quale vuoto ha lasciato nel mio cuore la scomparsa di mio padre e di come la malvagità dell’Uomo ha trasformato la mia vita, da bambina coccolata e amata, in un inferno, costringendomi a fuggire da un paese che ormai non era più il mio. Ancora oggi ne porto le ferite ma soprattutto ciò che mi angoscia è che miopadre non abbia avuto ancora una degna sepoltura, perché anch’io, come ogni figlia che non ha più il padre in vita, vorrei avere la possibilità di dire una preghiera e portare un fiore sulla sua tomba. Ma dove?

 

Anna Maria Bruno