COLPO ALLO STATO
-La Scorta
dell'On. Moro 16 Marzo 1978 -
di
Gianmarco Calore
Un uomo si alza molto presto. E' l'alba e un
tenue sole sta già illuminando i cieli della
capitale. E' un onesto lavoratore, uno di quelli
abituati a sudarsi la pagnotta che si guadagna
ogni giorno vendendo fiori all'angolo di una
strada. Una famiglia da mantenere, il mutuo, i
problemi di ogni giorno.
Ma quella mattina non andrà al lavoro: quando
scende in strada, nota che qualcuno gli ha
“sgarrato” tutti e quattro i pneumatici del suo
furgoncino. Tra una bestemmia e un pugno sul
cofano, capisce che la giornata è persa.
Nello stesso momento, in un altro punto della
città, un altro uomo si è alzato dopo una notte
di tranquillo riposo. La moglie gli prepara il
caffè come ogni mattina mentre lui, dopo essersi
sbarbato, si prepara veloce e meticoloso.
Pantaloni marroni, giacca in tinta, camicia
bianca e cravatta.
Dopo avere bevuto il caffè ed essersi acceso la
prima delle tante sigarette che punteggeranno la
sua lunga giornata, dà un bacio alla moglie ed
esce di casa, non senza avere preso il suo
fedele borsello. All'interno, una pistola
semiautomatica Beretta calibro 9 e i suoi
documenti, tra cui un tesserino con la dicitura
“Arma dei Carabinieri”.
Cosa divide questi due uomini così diversi tra
loro? Li separa un destino beffardo che al primo
farà perdere un appuntamento con la storia
mentre al secondo farà perdere la vita.
Sì, perchè l'uomo del furgoncino aveva un
chiosco di fiori all'angolo tra via Fani e via
Stresa. Quel giorno, per colpa di un vandalo,
non lo aprirà perdendo un sudato guadagno ma
guadagnandoci in compenso probabilmente la vita.
L'uomo della pistola è invece un servo dello
Stato, come tanta parte della gente amava
definire in quei tempi chi vestiva un'Uniforme.
E' il maresciallo dei Carabinieri Oreste
Leonardi. Uno tosto, che prima di diventare capo
scorta di uno degli esponenti politici più in
vista e a
rischio del Paese era stato istruttore alla
Scuola Sabotatori del centro Militare di
Paracadutismo di Viterbo. Cinquantadue anni,
torinese, da quindici era passato all'Ufficio
Scorte del Ministero, un compito delicato reso
ancora più difficile dalla marea montante di un
terrorismo “rosso” sempre più violento e
spregiudicato.
Altre persone si alzano di buon'ora, quel 15
marzo 1978. Sono uomini e donne accomunati da
un'ideologia che aveva fatto perdere loro i
contatti col mondo reale. Si sono preparati per
mesi interi con meticolosa e scientifica
precisione ripassando fino alla nausea i propri
compiti, calcolando al secondo ogni spostamento.
La loro sincronia dovrà essere un unico palpito
di cuore perchè non possono, non devono fallire
una missione che – se portata a buon fine – farà
crollare l'Italia nelle loro mani. Hanno armi
automatiche, dispongono di auto e targhe
diplomatiche fasulle, un paio di loro si vestono
da piloti dell'Alitalia mentre altri assumono un
aspetto assolutamente anonimo. Dopo un ultimo
ossessivo controllo delle mitragliette Skorpion
escono dall'appartamento alla spicciolata:
ognuno sa dove deve andare e soprattutto cosa
dovrà fare.
Il maresciallo Leonardi raggiunge un'altra
abitazione. A lui si sono aggiunti altri
militari: il suo collega d'Arma, l'appuntato
Domenico Ricci, e tre guardie di Pubblica
Sicurezza della Questura di Roma: il brigadiere
Francesco Zizzi e le guardie Giulio Rivera e
Raffaele Iozzino. L'abitazione è quella
dell'onorevole democristiano Aldo Moro con il
quale un po' alla volta nel corso degli anni
sono diventati anche amici. Soprattutto il
maresciallo Leonardi, che ne è diventato
l'ombra. In un periodo di così alta tensione
resterà consegnato alla storia il caso di quel
giornalista che un giorno si avvicinò un po'
troppo frettolosamente all'onorevole Moro,
trovandosi di fronte un marcantonio d'uomo che
con ferma cortesia gli intimò di allontanarsi,
non senza avergli fatto intravvedere da sotto la
giacca una pistola che gli mirava le budella....
Sono puntuali, gli Angeli custodi: l'onorevole
deve essere a Palazzo Chigi entro le 9, in tempo
per partecipare ai lavori di prima mattina del
governo.
Sono giorni di forte tensione politica,
esasperata dall'intenzione di Moro di “aprire”
ai comunisti di Berlinguer attraverso quello che
era già stato battezzato il “compromesso
storico”. Veleni, spaccature, alleanze
trasversali in un clima politico assai diverso
da quello cui siamo abituati oggi, fatto di
petulanti e inconcludenti strilloni: la politica
di allora si
caratterizzava per le frasi al vetriolo, magari
appena sussurrate, ma che decretavano la gloria
o le ceneri di un intero partito.
Anche Aldo Moro è puntuale. Dopo quella che in
gergo viene definita bonifica ambientale, la
personalità viene fatta scendere e accomodare a
bordo di una Fiat 130 di colore Blu
ministeriale. Con lui, i due Carabinieri mentre
un'Alfetta color panna con a bordo i tre
poliziotti li segue a breve distanza in
copertura. L'onorevole fa quattro chiacchiere
con i suoi uomini mentre contemporaneamente
getta uno sguardo ai principali quotidiani che,
come ogni giorno, gli sono stati fatti trovare
in auto. A fianco a lui, la fedele borsa in
cuoio color tabacco: al suo interno, molti fogli
ciclostilati tra i quali il discorso che dovrà
tenere di lì a pochi minuti.
Il sole è salito nel cielo, si preannuncia una
tiepida giornata di inizio primavera. Forse in
auto ne hanno anche parlato, sai, quei discorsi
magari di circostanza giusto per tenere viva la
conversazione e scacciare la paura.
Solo le 8:52 e la colonna di auto imbocca via
Fani. Di fronte alla 130 c'è una 128 bianca con
targa diplomatica: a bordo due persone. Magari
l'occhio esperto del maresciallo Leonardi la
nota, la analizza e decide che non costituisce
un pericolo. Il suo sguardo continua a spaziare
a 180 gradi come fanno i piloti di aereo, senza
cadere nel tranello di fissare un punto
trascurando tutto il resto. A pochi metri da via
Stresa la 128 improvvisamente “inchioda”:
l'appuntato Ricci, colto alla sprovvista,
istintivamente frena e sterza alla sua destra
nel tentativo di evitare l'improvviso ostacolo:
tentativo vano perchè la pesante vettura tampona
l'utilitaria. Anche i poliziotti, colti di
sorpresa, tamponano con l'Alfetta la macchina
dei colleghi, mentre alle loro spalle un'altra
128 con tre persone a bordo si mette di
traverso. La trappola è scattata improvvisa e
inesorabile. I colleghi non fanno a tempo a
realizzare l'accaduto, che da alcune fioriere
posizionate a lato strada alla loro sinistra
sbucano altri tre individui vestiti da piloti
dell'Alitalia.
E scoppia l'inferno. Alla fine si conteranno 91
bossoli di mitraglietta. Le auto di servizio
vengono letteralmente crivellate di proiettili:
il maresciallo Leonardi, capita l'inutilità di
ogni reazione, si getta sull'onorevole Moro nel
tentativo estremo di proteggerlo. L'appuntato
Ricci riceve tre colpi alla testa che lo
inchiodano al posto di guida. Agli occupanti
dell'Alfetta va ancora peggio: l'unico che
riesce a rispondere al fuoco e Raffaele Iozzino,
che però viene abbattuto a pochi passi
dall'auto. Giulio Rivera muore sul colpo;
Francesco Zizzi sopravviverà solo per qualche
ora, il tempo di un inutile ricovero
all'ospedale.
Dopo la carneficina, ecco gli avvoltoi: un terzo
commando preleva l'onorevole Moro e lo carica a
bordo di una macchina che nel frattempo a marcia
indietro si è affiancata da via Stresa. Fatto il
carico, l'auto “sgomma” veloce e lontana.
L'inferno è durato appena tre minuti. Un blitz
di chiaro stampo militare che fa piombare le
Istituzioni in un nero baratro di
terrore.
Poi ci sono le immagini. Quelle le abbiamo viste
tutti e ce le ricordiamo, anch'io che all'epoca
ero un ragazzino di appena 6 anni. Più delle
immagini potè Paolo Frajese, giunto con un
cineoperatore quasi in contemporanea alle Forze
dell'Ordine: una telecronaca disperata che
trasmise agli spettatori tutto l'orrore vissuto
dal giornalista che, di fronte al corpo di
Iozzino, scoppiò addirittura a piangere.
Iniziò quindi il periodo più buio della nostra
Repubblica. Polemiche e veleni cominciarono a
scorrere con i corpi degli Agenti ancora caldi.
Scarichi di responsabilità, informazioni non
passate da un Organismo ad un altro, indagini
depistate. Come quell'informativa che riguardava
il brigatista Moretti e che fu trasmessa dall'Ucigos
alla Digos romana con un mese di ritardo.
Informativa che, se fosse stata analizzata
subito, forse magari.... Il caso Moro divenne
l'”affaire Moro”, a significare che sotto vi era
una inestricabile ragnatela di connivenze e
depistaggi che dall'ambiente politico scesero
via via fino a quello operativo. Uno dei
componenti della commissione che analizzò il
fatto ad anni di distanza scrisse: “Il massimo
dell'esplosione terroristica coincise con il
minimo livello di attività degli organi
informativi di sicurezza”. Cioè a dire: nessuno
si mise a lavorare sul serio. Nulla poterono
neppure i disperati appelli del Papa.
Ma questa è storia politica che a noi
francamente non interessa. Sono stati scritte
decine di libri, basta avere la pazienza di
leggerli.
Qui interessa ricordare cinque Colleghi
assassinati nel nome di un ideale rivoluzionario
assolutamente inconcepibile, con le Brigate
Rosse che stavano iniziando a perdere terreno
anche tra i loro stessi appartenenti. Alcuni
critici storici ebbero a sottolineare come fu
proprio l'”affaire Moro” a dare la prima
vigorosa spallata al sistema terroristico.
Oggi, a distanza di 30 anni da quella mattina,
c'è una nuova generazione che non ha respirato
quel clima e che magari si stupisce di tanta
violenza. O che magari di fronte ad essa rimane
indifferente. Questo non deve succedere.
Sarebbe come uccidere ancora queste sei persone
e tutti quelli che come loro
hanno sacrificato la loro vita in nome di
un'Italia migliore.
A tutti loro va il nostro grazie e il nostro
affettuoso ricordo.
Per la redazione Cadutipolizia:
Gianmarco Calore