Angeli
tra le rovine
Il Soccorso Pubblico: antica
tradizione della Polizia.
(di Massimo Gay)
…crolla la terra.
…crolla l’aria.
…nel mare bollente.
…nel fumo e nella polvere della notte lamento e miseria muovono le macerie.
…e tra il cielo e la terra Angeli sorvegliano con occhi gonfi di cordoglio.
Pino Savoia
Cadrà il 28 dicembre di quest’anno la ricorrenza dei cento anni trascorsi dal cosiddetto terremoto Calabro-Siculo, che sconvolse gran parte della Sicilia e della Calabria. Di magnitudo intensa, seminò decine di migliaia di morti e causò la distruzione quasi totale di Messina, di gran parte di Reggio Calabria e del loro circondario. Alla scossa principale, con epicentro nelle profondità dello stretto, seguì anche un maremoto: il mare, dapprima ritiratosi, successivamente invase la terraferma con tre ondate che risucchiarono navi, barche, strutture e quei pochi superstiti che, tratti in salvo in luogo aperto, si erano portati verso la spiaggia per paura di ulteriori crolli.
I soccorsi arrivarono perlopiù via mare a causa delle devastazioni nella viabilità dell’entroterra. Equipaggi della Marina da guerra Russa e Britannica, impegnati in esercitazioni presso le nostre coste, furono tra i primi a mettersi all’opera (nella ricerca e cura dei superstiti oltre alla rimozione dei cadaveri per scongiurare epidemie) insieme agli Italiani dell’incrociatore Piemonte e delle torpediniere Saffo, Serpente, Scorpione e Spica, mentre Roma per molte ore rimaneva all’oscuro del disastro per la mancanza dei mezzi di comunicazioni, andati distrutti. Fu proprio la Spica a riuscire a dare l’allarme, navigando, nonostante le sfavorevoli condizioni del mare, fin dove il telegrafo si mostrò in grado di trasmettere la tragica notizia.
Agli occhi dei soccorritori si presentarono orrore, morte e distruzione. Le immagini catturate dagli obiettivi dei fotografi, stampate in formato cartolina, fecero il giro del mondo a testimonianza del dramma verificatosi. Quello che segue è un resoconto dell’epoca:
“La distruzione di due città, di una intera Divisione dell’Esercito, di due Prefetture, di una Questura, di una Divisione di Carabinieri ed un’altra della Guardia di Finanza, di tutti gli uffici pubblici del Municipio, degli ospedali, lo sfacelo insomma della vita di Messina e di Reggio Calabria è tanto grande, è così imponente, che non si può tentare di esaminarne la portata senza sentire una stretta al cuore, senza sentirsi gelare il sangue….” “…Come tutti i grandi avvenimenti, anche nell’odierno non sono certamente mancati gli atti di gran valore e di eroismo, taluni dei quali in tempi normali avrebbe procurato meritate ricompense, mentre in questi tristi frangenti nessuno ha pensato a far rilevare l’opera propria…..”
L’opera assidua della Polizia, fu inoltre sottolineata in una cronaca da Reggio Calabria del Giornale d’Italia del 14 gennaio 1909: “ I funzionari di P.S. giunti da Roma insieme col commissario Perilli, conducono qui una vita piena di fatiche e di privazioni. Dormono sotto le tende e passano la notte all’aperto seduti presso il fuoco, mangiando quando possono; hanno a disposizione cento guardie, partite anche da Roma col sottotenente Basso ed il maresciallo Putti, e sorvegliano ininterrottamente la città, talvolta aiutati dalle guardie di finanza e dai carabinieri, gareggiando con i più arditi e più pietosi nei salvataggi e nel prestare soccorsi. Il dott. Falco, vice commissario, salendo di notte su di un vapore, si tolse la giacca, si rimboccò le maniche e compì il suo dovere medicando i feriti; mentre funzionari e guardie trasportavano le vittime e sostituivano gli infermieri.
Il delegato Lodi ed un suo collega fungono da tesorieri e custodiscono ingenti ricchezze ricuperate che registrano e conservano gelosamente.
Il vice commissario Orlando e il delegato Stancanelli redigono verbali, rapporti, rispondono alle domande per le ricerche di scomparsi, forniscono spiegazioni, danno consigli ai profughi.”
La solidarietà dei popoli della Terra fece arrivare squadre di soccorritori e aiuti, anche economici, che contribuirono ad alleviare le sofferenze dei feriti e dei sopravvissuti, sfollati in centri urbani limitrofi, che tutto avevano perduto e ai quali tutto necessitava.
L’anno successivo alla tragedia, agli Enti e a tutti i contingenti, anche esteri, partecipanti alle operazioni di salvataggio furono conferite medaglie di Benemerenza, coniate in due dimensioni diverse (maggiore per gli Enti e minore per le persone) in oro, argento e bronzo.
Tra le medaglie d’oro individuali concesse dal Re Vittorio Emanuele III, in occasione degli aiuti portati alle popolazioni colpite dal sisma del 1908, troviamo anche quella conferita ad un delegato di P.S. (originaria denominazione della qualifica iniziale dei funzionari) della Questura di Messina, che molto si prodigò in favore di quei poveri sventurati, che come lui durante la notte tra il 27 e il 28 dicembre alle 05.21 vennero svegliati da un frastuono assordante; un fragore foriero di morte.
Il delegato di P.S. Luigi Salerno si svegliò di soprassalto e riavutosi dallo sgomento iniziale, si vestì velocemente. Vistasi preclusa la discesa per le scale, andate distrutte, si calò dal balcone della sua abitazione con una corda ottenuta dall’annodamento di varie lenzuola.
In seguito ai crolli delle abitazioni di Messina si era alzata un’immensa nuvola di polvere che lo rendeva semi cieco e gli toglieva il fiato. Sotto la pioggia battente e quasi al buio, egli anziché porsi in salvo si diresse, forse senza rendersene conto, al Municipio. Qui trovò i pompieri all’opera che cercavano di spegnere alcuni incendi e dare soccorsi alle sventurate persone che si trovavano sotto le macerie, o in pericolo per l’incombere di altri crolli. Incurante del divieto manifestato dai vigili del fuoco, prese una lunga scala per agevolare la sua salita nei palazzi dove vedeva o sentiva lamenti delle persone intrappolate. Così salvò tre persone: un sacerdote, tale Anastasio, una giovane donna, la signorina Stabiti e l’archivista della Prefettura, signor Pinella.
Più tardi, non ancora appagato, continuò la sua opera mentre si aggirava per le vie del centro, dando conforto e indicazioni ai profughi, cercando di raccogliere e porre in salvo quante più persone riusciva a trovare. Ad un certo punto, sentiti dei richiami, salì al terzo piano di uno stabile, quando sopraggiunse la seconda scossa che fece crollare, oltre alle poche strutture rese già pericolanti, anche uno dei muri maestri di quella casa. Si trovò quindi isolato e senza la possibilità di ridiscendere. Di nuovo, ebbe l’idea di annodare coperte e tende che trovò rovistando fra le macerie, utilizzandole poteva calarsi mettendosi fuori pericolo, e con lui, trasportandoli sulle spalle, i figli della famiglia Cerreti. Fatto questo tornò ad arrampicarsi sui detriti, traendo in salvo anche la madre dei piccoli. Giunto dabbasso, una piccola folla di sopravvissuti lo acclamò mettendolo, inoltre, al corrente che all’ospedale civile, fortemente danneggiato, posto all’ultimo piano vi era, sospeso su alcune travi, un degente. Si precipitò sul posto e iniziò la salita su per un cumulo di detriti che precipitavano sotto i suoi piedi, raggiunto il povero infermo riuscì a trarlo al sicuro.
Trascorsa la notte all’addiaccio insieme ad altri compagni di sventura, al riparo di alcuni stabili ancora in piedi cercando di contrastare, per quanto si poteva, il freddo e la paura di non farcela se fosse ripresa nuovamente l’attività tellurica, egli riprese durante il giorno successivo la sua eroica attività di salvataggio.
Mentre era intento a portare in salvo una povera vecchia dalla sua casa, per metà distrutta e l’altra metà fortemente lesionata, si ebbe un’ulteriore scossa che fece crollare il piano sul quale si trovava, facendolo precipitare insieme alla struttura. Sbattendo contro gli spezzoni di muro si procurò una ferita alla gamba destra, poi medicata, che non gli impedì di portare a termine il suo ennesimo salvataggio.
Anche alla Polizia, all’epoca denominata “Corpo delle Guardie di Città” (1890 – 1919), fu conferita la medaglia d’oro di Benemerenza, concessa per l’incessante opera di soccorso prestata alle popolazioni, ottenuta (crediamo) anche per i numerosi lutti avvenuti tra le sue fila. Guardie, sottufficiali, ufficiali, funzionari e impiegati di P.S. furono sorpresi durante il sonno o il servizio notturno, e seppelliti sotto le macerie unitamente ai loro familiari. Tra essi anche il Questore della città Paolo Caruso.
Ad onorare quei Caduti, presso il Gran
Camposanto di Messina venne eretta una
stele, realizzata con il contributo
economico di tutti i dipendenti gli Uffici
di P.S. d’Italia, commemorativa del
sacrificio del personale perito nella
circostanza con inscritti sul basamento i
nomi delle vittime.
(per la redazione di cadutipolizia.it - Massimo Gay Sovrintendente della Polizia di Stato – Ufficio Storico )

