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I TEMPI CAMBIANO

di Gianmarco Calore

 

Sabato 22 dicembre 2007: l'Europa si allarga, nuovi Paesi entrano a far parte dello spazio Schengen, segnatamente Repubblica Ceca, Cipro, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia, Slovenia. Una data storica.

Il nostro Paese viene direttamente interessato all'evento perchè ad oriente cade la penultima frontiera terrestre e marittima con l'Est Europa, quella con la Slovenia. Un confine delicato, teatro di una delle pagine più brutte e mistificate della nostra storia. Un confine che ha visto contrapporsi per decenni due Stati, due Popoli, due mondi tra loro distanti e resi ancor più tali dall'odio, dal razzismo, dagli scontri etnici. Da una guerra civile le cui radici affondavano nella caduta dell'Impero Austro-ungarico. 

Un confine che ha visto tantissimi nostri Colleghi cadere senza un perchè, quand'anche addirittura scomparire nel nulla, senza che i propri cari avessero nemmeno un corpo da seppellire, da piangere, da ricordare.

Non voglio entrare nel merito storico di quella che è stata una delle lotte tra popoli più feroci, più subdola e più strisciante che si ricordi. E' stato scritto tanto, dall'una e dall'altra parte. I travisamenti storici si sono sprecati, fino ad arrivare a negare il fenomeno più tragico di questi avvenimenti: quello delle Foibe.

Voglio semplicemente ricordare i nostri Fratelli in Uniforme che per anni hanno difeso quelli che con superficiale pomposità si amava definire "i sacri confini della Patria". Questo ricordo mi tocca nell'intimo per ben due volte: come Poliziotto, ma soprattutto come Poliziotto che lungo quel confine ci ha lavorato. Laggiù parlare di foibe, dell'occupazione jugoslava del maggio - giugno 1945, degli strascichi che questa ha portato con sè fino ai giorni nostri era come riaprire ogni volta una ferita che continuava a suppurare. Percepivo nettamente che le braci del rancore non si erano mai di fatto spente.

E in questa sede, per tutte le centinaia di Poliziotti scomparsi da quel tragico 1945 fino alla fine degli Anni Cinquanta in una spirale di odio e vendetta che ha costituito una delle più tetre parentesi della storia della neonata Repubblica, voglio ricordarne essenzialmente due.

Domenico Barbot è una giovane guardia ausiliaria di P.S. in forza alla Questura di Trieste. E' un ragazzino di poco più di 20 anni, reso troppo presto uomo da una guerra entro cui si è trovato coinvolto senza sapere perchè. Viene assunto in Polizia con un decreto provvisorio di nomina firmato dal Prefetto della città giuliana per fronteggiare la mancanza di personale in un momento storico successivo alla fine della guerra in cui non si sapeva cosa ne sarebbe stato di questa povera Italia. Gli alti funzionari del Ministero dell'Interno, i Prefetti, i Questori continuavano a ricevere ordini e disposizioni che volevano tutto e il contrario di tutto; non esisteva una Polizia unitaria in un Paese in cui per i boschi vi erano ancora sbandati tedeschi, repubblichini e partigiani in fuga dai fantasmi di un recente passato. La stessa polizia confinaria risentiva ancora dei suoi "natali" fascisti, intrisa com'era di militari del Regio Esercito, della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e della Guardia Nazionale Repubblicana. Indossare un'uniforme in Italia non era mai stato così difficile e pericoloso, ma ancora di più lo era lungo un confine orientale che poggiava su una polveriera, con Italiani e Jugoslavi che ogni notte giravano per i boschi a spostare avanti e indietro i picchetti e i cippi confinari per guadagnare l'uno a danno dell'altro decine di metri di territorio.

E' in questa realtà che Domenico si trova a lavorare quotidianamente. Una realtà lontana milioni di anni luce da quella odierna: i controlli documentali erano l'aspetto minore di quel lavoro. Lungo il confine si sparava ancora a rotta di collo. Ogni giorno. Così come ogni giorno militari dell'uno e dell'altro Stato venivano catturati dalla "controparte" con l'accusa di avere sconfinato. Le pattuglie italiane che di continuo percorrevano i quaranta chilometri di boschi triestini a ridosso del confine sotto il sole, la pioggia, la neve, la bora venivano fatte segno di moti di disprezzo da parte dei "graniciari" jugoslavi. Moti di disprezzo spesso "conditi" da qualche schioppettata.

E forse proprio per una schioppettata troviamo Domenico ricoverato all'ospedale civile di Trieste. E' il maggio 1945: tutto il confine è un colabrodo. Trieste e Gorizia sono attraversate da bande di pseudo-partigiani jugoslavi che, assieme a quelli italiani, scorrazzano indisturbati con la scusa di dare la caccia agli ultimi "rigurgiti" nazifascisti. Ed è uno di questi "commando" che la mattina del 3 maggio irrompe nelle corsie dell'ospedale giuliano. A caccia di chi o di cosa non si sa. L'unico dato certo è che prelevano un po' di gente, così, a campione. Tra questi, anche Domenico Barbot che viene riconosciuto come guardia confinaria. Viene portato di peso in località Villa del Nevoso, vicino a Trieste. Qui, in mezzo a un bosco, assieme ad altri viene gettato in una delle tante foibe carsiche da cui i suoi resti verranno recuperati dopo qualche anno da alcuni arditi militari italiani incaricati dal Governo Militare Alleato di fare luce su quei fatti.

Giovanni Dario Carta ha 21 anni quando entra in Polizia. Anche lui giovane dalle belle speranze: aveva frequentato il corso da Allievo Ufficiale della G.N.R., ma lo aveva lasciato preferendo entrare nel Corpo delle Guardie di P.S. venendo assegnato alla questura di Trieste con mansioni di vigilanza confinaria. Viene distaccato al blocco stradale di Albaro Vescovà, odierno versante sloveno del valico di Rabuiese. La mattina del 24 marzo 1946 un manipolo di truppe non regolamentari jugoslave irrompe nella piccola casermetta di confine, preleva con la forza il giovane e lo trascina in mezzo ai boschi, assassinandolo. Venne degnato di una frettolosa sepoltura, forse più per nascondere il corpo che non per rendergli quella dignità di uomo che così vigliaccamente gli avevano sottratto. E fu solo nei primi Anni Cinquanta, dietro pressanti richieste del Governo militare Alleato che controllava Trieste, che i resti del giovane vennero restituiti. Gli autori dell'assassinio vennero individuati e condannati.

Due storie su tutte. Semplici e drammatiche.

Trieste, fine Anni Novanta. Valico Stradale Internazionale di Rabuiese. Inizio il mio lavoro dopo l'assegnazione ministeriale al termine del corso da Agente effettivo. Uno dei servizi che si intervallavano a quelli di controllo documentale era proprio quello di pattugliamento della linea confinaria, stavolta non per evitare che i picchetti e i cippi venissero spostati. Siamo lontani da quei tempi. Si dovevano intercettare le decine di clandestini disperati che ogni giorno, ogni notte attraversavano il medesimo confine - colabrodo di cinquant'anni prima. E di quelle pattuglie ricordo tutto: il freddo, il caldo, il vento, la neve, la bora.....

E ricordo il grande Edi H., mio capo pattuglia e triestino purosangue. Aveva una preparazione enciclopedica proprio su quei fatti tenebrosi di tanti anni prima. Mi ha portato a vedere proprio quelle caserme di "graniciari" oggi dismesse e ingoiate dal bosco carsico; mi ha fatto vedere i buchi nel terreno in cui si nascondevano i militari jugoslavi per fare "cu-cu" al malcapitato di turno, raccontandomi di come da bambino gli fosse capitato di essere minacciato da questi figuri che sbucavano da sotto terra mentre con suo padre stava andando a funghi; mi ha portato a vedere le vecchie postazioni di mitragliatrice che dominavano le alture di San Dorligo della Valle, Bottazzo, Caresana, svettando su tutto il golfo di Trieste. Mi ha raccontato tanti aneddoti, mi ha dato tanti libri da leggere: mai le notti mi sono passate così in fretta come quando facevo pattuglia con lui.

E da domani, sabato 22 dicembre 2007, tutto questo verrà meno. I "gabbiotti" dei valichi sono già stati smantellati, i controlli non ci sono più, le due Polizie non presidiano più boschi e vallate a  caccia di clandestini disperati e sordidi "passeurs". Domani, nel corso della "velika manifestacja" che sancirà ufficialmente la fratellanza tra Popoli, si chiuderà definitivamente un'epoca storica, forse l'ultima che ci legava ad un passato di sangue e di dolore.

Ma il ricordo di tutti i Colleghi che hanno lavorato lassù in tanti anni, che ci hanno lasciato la pelle senza più fare ritorno a casa o che più semplicemente ci hanno rimesso la salute respirando per anni ettolitri di gas di scarico delle macchine durante le chilometriche "code" degli esodi vacanzieri, collezionando tutta una varietà di dolori reumatici per gli sbalzi di temperatura tra l'interno dei "gabbiotti" e l'esterno resterà sempre come traccia indelebile.

 

 Per la Redazione Cadutipolizia: Gianmarco Calore