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IL GENERALE DI FERRO
di Gianmarco Calore

Il  3 settembre, ricorre il 25° anniversario del brutale assassinio del Generale dell'Arma dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro.

Ripercorrendo idealmente la vita di questo grande Uomo e Militare, nessuno può rimanere indifferente di fronte all'abnegazione con cui affrontò tutte le missioni che caratterizzarono la sua brillante carriera. Proprio ieri sera un programma televisivo - con molta lucidità e obiettività - ne ha ricostruito i passaggi, facendomi spuntare le lacrime agli occhi.

Figlio di un Ufficiale dell'Arma che era stato deportato in Germania per non essersi piegato alla Repubblica Sociale, quando suo padre rientrò in Italia e scese alla stazione di Torino venne accolto dal primogenito - sottotenente - secondo il rigido protocollo militare: padre sì, ma superiore gerarchico del figlio che tuttavia non seppe resistere all'impeto di abbracciarlo. Suo padre non disse nulla: il giorno dopo fece recapitare a Carlo Alberto una lettera di punizione....

La carriera del Generale fu rapida e brillante. Voleva fatti, non parole. E pertanto i vertici dell'Arma, che avevano intuito le potenzialità di questo loro Figlio, lo trasferirono su e giù per l'Italia affidandogli mansioni sempre più impegnative.

Uso ad obbedir tacendo - nel più classico dei comportamenti di un Carabiniere - questo Ufficiale accettò sempre di buon grado tutti i disagi che inevitabilmente si accompagnavano ad ogni trasferimento e che si ripercuotevano sulla sua famiglia.

Ovunque andasse, il Generale si accattivava la simpatia e il rispetto dei suoi Uomini che Lui metteva di fronte a tutto. Un carabiniere ebbe a dire: "Fu uno dei pochi Ufficiali per il quale mi sarei preso una palla in fronte".

Visse in prima persona la tragedia del terremoto del Belice: si profuse senza sosta per organizzare i soccorsi, arrivando a distogliere i suoi uomini da altri compiti istituzionali.

Gli anni passavano veloci. Nei primi anni '70 entrò per la prima volta in contatto con la realtà della mafia siciliana: in pochi mesi raccolse tanto di quel materiale - ricostruendo minuziosamente l'organizzazione di Cosa Nostra - che il suo lavoro venne utilizzato da numerose commissioni antimafia e dal suo erede ideale, il giudice Giovanni Falcone.

Ma il meglio di sè il Generale lo diede nella lotta contro le Brigate Rosse. In poco tempo smantellò intere "colonne" di terroristi, adottando metodi di indagine fino ad allora inconcepibili: infiltrati (mitica resterà la figura di "Frate Mitra"), la prima sezione antiterrorismo da lui voluta e creata. Ai "processi" mediatici fatti alle proprie vittime dai brigatisti, Egli rispose con analogo sistema facendoli riprendere e fotografare dai giornalisti mentre venivano trasferiti in manette, mentre testimoniavano ai processi, sbugiardandoli e facendo capire alla gente spaventata:"Lo Stato e qui, non abbiate paura". Ad una lotta politica contrappose un'altra lotta politica che destabilizzò gli equilibri tra le BR. Fu lui a coniare la definizione "collaboratore di giustizia": riuscì a fare pentire tanti "duri" grazie alla sua dialettica; e dove non arrivava la dialettica, arrivava un'altra sua invenzione: lo sconto di pena per chi decideva di collaborare. In questo modo aprì un'infinità di crepe che indebolirono fino a fare crollare anche i più oltranzisti.

Tutto questo però a caro prezzo, anche personale: il cuore della prima moglie, che lo aveva seguito ovunque senza protestare, non resse allo stress di quei giorni tormentati e cedette di schianto. Fu un duro colpo per il Generale: in un'intervista rilasciata ad un giornalista a distanza di tre anni, questo Grande Uomo in Uniforme riuscì a stento a trattenere le lacrime:

"Come ha trascorso il Capodanno, Generale?"

...domanda cretina da fare ad un uomo che ha da poco perso la moglie?

Ma lui, senza perdere il controllo, con un fugace tremito dei grandi baffi, rispose:

"Alle ore 8:30 ho preso un caffè assieme ai miei Carabinieri; alle 13:00 ero a pranzo con 16 di loro e le rispettive famiglie". Un duro. Un duro, ma dagli occhi buoni. Lo disse anche "Frate Mitra", il suo infiltrato di punta tra le BR. Alla domanda su che cosa lo avesse colpito del Generale nell'unico fugace incontro che ebbe con lui, rispose: "Gli occhi. Erano gli occhi di un uomo buono".

Il rapporto con la famiglia fu sempre ottimale. Rita e Nando Dalla Chiesa, ricordandolo, trasmettevano la figura di un padre severo ma presente. Il 24 dicembre di ogni anno, cascasse il mondo, si chiudeva in una stanza con il figlio per costruire un gigantesco presepe; ai suoi ragazzi non fece mai mancare nulla, come non fece mancare nulla ai suoi altri "figli", i Carabinieri.

Fu uno dei pochi Ufficiali a rilasciare interviste-fiume ai giornalisti. Giorgio Bocca, Enzo Biagi... Parlava alla gente trasmettendo il senso dello Stato che non crollò mai, nemmeno quando - nominato Prefetto di Palermo - fu lasciato solo. Giorgio Bocca ricorda quel giorno come fosse oggi: fu chiamato a Palermo dal Generale che voleva rilasciargli un'intervista, il suo testamento spirituale. Quando giunse in Prefettura, il giornalista salì le scale deserte, percorse corridoi deserti fino a raggiungere l'ufficio del Prefetto. Non un controllo, niente. E il Generale gli disse: "Vede, mi hanno abbandonato. Ho un telefono che non suona più da giorni. Non mi chiama più nessuno, nemmeno il questore..." Amarezza tanta, sconforto mai. Tirò dritto per la sua strada fino in fondo, anche quando alla sua nomina a Prefetto, la mafia rispose con una serie di ecclatanti omicidi che ironicamente i boss chiamarono "operazione Carlo Alberto".

Non volle mai la scorta. Se sei un uomo d'onore - pensava - mi affronti come tale, a viso aperto, senza nasconderti. Ma la mafia stava cambiando: semmai vi possa essere stato un codice d'onore, questo stava andando in frantumi, soprattutto quando i "padrini" capirono che quest'uomo li avrebbe lentamente crocifissi.

 

La sera del 3 settembre il Generale e sua moglie Emanuela, sposata qualche mese prima in seconde nozze, si preparano per partecipare ad una cena di gala a Mondello. Escono, entrambi vestiti in modo estremamente sobrio: lui con una camicia bianca sotto un completo di lino color tabacco; lei con un semplice vestito a fiori blu. Nessun gioiello, solo la fede nuziale. In un tempo in cui i vari "papaveri" si muovono solo a bordo di auto blindatissime, lussuosissime, costosissime e scortatissime, fa specie vedere come questa bella coppia si mosse a bordo di una scalcagnata Autobianchi A112 targata Roma, seguita con molta discrezione da una Arna ministeriale con a bordo un unico Agente di scorta: era Domenico Russo, Agente della Polizia di Stato della Questura di Palermo.

In via Isidoro Carini, una strada stretta che ti costringe a rallentare, una moto affianca la vettura dell'Agente esplodendogli contro una raffica di mitraglietta. L'auto sbanda ed esce di strada: l'Agente Russo morirà due settimane dopo senza avere mai ripreso conoscenza. Contemporaneamente due auto costringono Emanuela - che è alla guida dell'utilitaria - ad accostarsi al marciapiede. E' l'inferno. Usano artiglieria pesante, i killer: kalashnikov per sparare ad una lattina. Decine di colpi che fanno scempio dei due occupanti. Di loro resta solo un'impietosa fotografia: la mano di Emanuela, con all'anulare la fede, che penzola inerte da sotto un lenzuolo bianco.

E' la fine di un mito. Anche i funerali vengono celebrati con fretta vergognosa: sono due bare scomode che devono lasciare Palermo al più presto. Arrivano i politici: le solite "facce di cera" viste e riviste in altre tristi analoghe circostanze. I palermitani li prendono a bottigliate, a monetine, li fischiano: "Buffoni, buffoni!" gridano al loro indirizzo. Entrano in chiesa, non un cenno alla famiglia che è seduta da una parte; loro si siedono dall'altra. Solo Bettino Craxi arriva e si siede a fianco di Rita Dalla Chiesa: un gesto simbolico che farà discutere.

Quando le due bare escono dalla chiesa, i familiari vengono caricati quasi a peso su un taxi. Ma una donna di Palermo è più veloce: prende per mano Rita e, con le lacrime agli occhi, le grida: "Non siamo stati noi! Non siamo stati noi!"

 

Io il 4 settembre 1982 avevo 10 anni e già l'Uniforme nel cuore, come tutti i bambini di quell'età. Era una calda mattina di fine estate ed ero in giardino a giocare con mio nonno. Mi ricordo distintamente la sua faccia, triste e preoccupata. "Nonno, che hai?" E lui:"Hanno ammazzato il Generale Dalla Chiesa".

Ora, per un bambino di 10 anni un nome resta un nome. La cronaca violenta di quegli anni era quanto di più lontano dalla testa di un ragazzino. Ma associai subito quel nome ad un viso che avevo visto spesso in televisione. Ad un'Uniforme che avevo imparato a temere, rispettare, ammirare. A quei due folti baffi, sempre ben curati, che ogni bimbo mette in relazione alla figura di un Carabiniere.

Ad un Uomo che parlava alla gente come nessun altro ha più saputo fare.

E piansi. Come ho pianto ieri sera nel ripercorrere la vita di un grande Uomo, di un Ufficiale esemplare, di un Cittadino - modello.

  Per la Redazione Cadutipolizia: Gianmarco Calore