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22 maggio 2007 (dal Corriere.it)
Il viaggio con Manù, che
aveva quattro mesi quando il padre venne ucciso. «Poteva cambiare tutto, ma lo
Stato si è fermato»
A Palermo con mio figlio 15 anni dopo. La gente mi evita, teme la mafia»
Rosaria
Schifani,
vedova di un agente della scorta di Falcone: i giudici? Litigano come allora
DAL NOSTRO INVIATO
-PALERMO —
Quindici anni dopo la strage di Capaci, è tornata a Palermo Rosaria. Con il
suo Manù che aveva appena quattro mesi quando restò orfano. La giovane vedova,
sempre ricordata per quell'acuto dolente rivolto ai mafiosi, «Vi perdono, ma
inginocchiatevi», ha scrutato per cinque giorni la città dove il marito Vito
Schifani morì dilaniato con altri due colleghi per proteggere Giovanni
Falcone. Eccola con Manù in centro, in vacanza come una turista, fra Politeama
e Teatro Massimo dove nessuno la riconosce. A passeggio nella borgata dove
nacque, a Vergine Maria, con il ragazzo che lei ha fatto crescere in Toscana.
E Manù ha scoperto solo adesso con inquietudine i vicoli, le casette basse fra
lungomare e cimitero dei Rotoli, gli angoli abbelliti, ma anche il disastro
della vicina Arenella, la spazzatura agli angoli, le costruzioni abusive. Con
gli occhi di un ragazzo stupito, disorientato davanti alla città ritrovata:
«Mamma perché Palermo è così bella e così brutta?». Rosaria ha ricostruito la
sua vita lontano da Vergine Maria e dall'Uditore, il quartiere dei genitori.
Ma ha voluto accompagnare Manù nella città da dove l'aveva portato via. Ha
ripercorso le strade dell'infanzia, ha rivisto parenti, incrociato conoscenti.
Un viaggio, un calvario. La prima posta è la casa natia, due ulivi, il mare di
fronte. Una donna s'avvicina, incerta. «Sei la figlia di Lina?». «Ho colto
affetto. Ma è scattato subito un rifiuto», spiega Rosaria turbata su queste
viuzze a due passi dal cimitero. Le case dei vivi a ridosso delle tombe. Le
case sulla costa dominate da croci e gentilizie che scivolano sul pendio.
Morte e vita impastate. «Gli uomini non si avvicinano. Contorti come i vicoli.
Hanno paura, incontrandomi, fermandosi e parlando, di dare l'impressione di
pensarla come me. E allora tanti fingono di non vedermi: meglio non averci a
che fare. E gli sguardi mi attraversano come fossi trasparente. Ma non
dovrebbe essere il contrario? Dovrei essere io a non volere avere a che fare
con loro». Manù osserva e chiede: «Si vergognano di te, mamma?».
Ha trovato la casa delle vacanze su Internet, a due passi da Villa Igiea.
«Bellissima», gioisce dal balconcino sul mare e sui pizzi della Tonnara
Florio. Ma si rabbuia subito, mentre due ragazzotti schizzano in moto senza
caschi: «La spiaggia, una distesa sterrata. Il mare bagna polvere e
immondizia. Dov'è il Comune? Hanno fatto le elezioni e hanno un sindaco. Ma
c'è un netturbino? Un vigile urbano che si occupi delle norme da rispettare?
La facciata di Palermo finalmente appare vivibile nel centro della città.
Qualcosa è stata fatta, si vede. Ma un sindaco non deve lavorare sul bello,
deve occuparsi del brutto. Chiedo scusa, ma non mi sembra che Palermo sia
andata avanti».
Tornerebbe Rosaria a vivere qui? «Manco morta. A Palermo sento odore di mafia,
l'arroganza del quartiere, della politica ridotta ad affare, del
parcheggiatore abusivo, dei commercianti meravigliati quando chiedo lo
scontrino. Da sola ci starei. Per sfidare quei maledetti che condizionano pure
il respiro dei nostri parenti. Qui prevale il doppio. La costa sembra bella ed
è brutta per le costruzioni che la assediano. Le case sembrano brutte, ma
dentro sono belle. Per nascondere, per confondere, per scansare invidie.
Prevale il contrasto. Guardo e mi rattristo. Qui non cambia niente».
E' l'amara sensazione che l'accompagna attraversando la città, indicando a
Manù l'Albero Falcone, arenandosi nel traffico intorno al Palazzo di
Giustizia.
Da lontano ha pensato che potesse cambiare qualcosa? «Poteva cambiare tutto.
Ma lo Stato si è fermato. I magistrati hanno ripreso a litigare fra loro.
Divisi fra amici di Grasso e amici di Caselli. Ancora? Basta. Come ai tempi di
Falcone. Senza mai riconoscere i meriti di chi lavora davvero. Sono contenta
per tante inchieste che hanno fatto scoprire dei traditori pure all'interno
dell'apparato investigativo. Ma non basta. Lo Stato s'è fermato troppe volte.
Perché lo Stato ha paura di guardarsi dentro».
E' un atto d'accusa con il quale evoca una stagione investigativa: «Sciolsero
il Gruppo Stragi quando ancora stavano lavorando sui mandanti occulti di
Capaci e via D'Amelio. E' come se lo Stato avesse voluto interrompere quel
lavoro. Quanti libri sono usciti su quelle ed altre inchieste. I magistrati
diventano scrittori. Ma non ci dicono fino in fondo in quali misteri si sono
impantanati. A cominciare dalla cassaforte vuota di Riina, dal databank di
Falcone con la memoria cancellata, dalla borsa fatta sparire dalla macchina di
Borsellino con l'agenda dentro».
Un consiglio? «Per Provenzano e compagnia non parlate di cicoria, vizi e
vezzi. Non create e non amplificate il mito. Abbiamo di fronte solo
assassini».
Chi è Provenzano? «Un signore che, col suo misticismo, prende in giro anche
Dio».
Se potesse parlargli? «Una domanda ce l'ho. Perché furono fatte le stragi?
Questo voglio sapere, visto che la giustizia arriva e si ferma solo a voi
boss. Ma la mafia è mafia quando si associa a qualcosa che si muove in altri
ambienti. No, forse è meglio un altro tono: se può fare quest'atto di carità,
signor Provenzano, parli per favore. So che forse è utopia. Capisco che
potrebbe temere di essere avvelenato in carcere, com'è successo altre volte in
Italia, ma faccia la carità a questo popolo senza verità. Si liberi signor
Provenzano e muoia almeno senza questo peso. Ti scade l'affitto, Bernardo
Provenzano. Sei anche tu di passaggio. Liberati dal male, liberaci con la
verità».
L'inquietudine maggiore? «Il mistero delle stragi a Palermo. Perché non a
Roma, dove Falcone era un bersaglio facile? A che cosa doveva servire il
segnale di Palermo? Bisogna scoprire le complicità alte, visto che tutto
accadde mentre si stava eleggendo il Presidente della Repubblica».
Chi potrebbe convincere Provenzano a parlare? «I suoi figli. Ho notato una
differenza con quelli di Riina. Una diversità segnata forse dal ruolo della
donna. "I miei ragazzi non devono delinquere", avrà detto la madre. Mentre la
moglie di Riina, sorella di Bagarella, non mi pare che abbia fatto lo stesso.
Ecco perché oggi mi interessa di più la famiglia Provenzano. Ai suoi figli
parlerei: aiutate vostro padre a confessare. Tu, figlio di Provenzano che
insegni a scuola, insegna a tuo padre a cambiare».
Rosaria insiste quindi su pentimento e perdono? Si può ancora ripetere quel
«perdono, ma inginocchiatevi»? «Intanto, chi lo vuole deve chiederlo. E agire.
Inginocchiarsi significa parlare, raccontare, pentirsi davvero, non solo fare
un patto con lo Stato. Perché con quei patti sono emerse solo mezze verità.
Non basta. Serve solo la verità, anche se cruda. Non controfigure della verità
nascosta occultando il contenuto di una cassaforte, cancellando e facendo
sparire agende».
Prevale il pessimismo? «Ricordo l'incontro con la vedova di Pio La Torre,
guardinga. Mi spiegò che eravamo vittime non di "segreti di Stato", ma di
"delitti di Stato"».
Che immagine porta via Manù di questa Sicilia? «Gli ho spiegato che, oltre ai
boss con la coppola, in questo Paese troppi conviviamo con i mafiosi
diventando ciechi. Io no, non posso farlo. Per Manù, cresciuto accanto a un
uomo straordinario che chiama papà. Un uomo dello Stato, come lo era il mio
Vito. Lo racconto perché perfino un vicino qui mi ha redarguito,
agghiacciante: "Te lo sei portato appresso lo sbirro? La prossima volta, da
sola". Specchio di una mentalità che se ne infischia della società civile,
pietrificata, immutabile, nonostante ogni tragedia, ogni anniversario». E
Rosaria riparte.Felice Cavallaro.
tratto dal sito del Corriere.it
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