Condannati a morte.
La Tragica fine della Guardia Sebastiano Campanella

Alla fine degli anni trenta, dopo anni di "consenso", il regime fascista si è ormai consolidato e Roma è divenuta il simbolo dell'Impero, va quindi abbellita, ampliata, abitata. Dando stimolo all’edilizia privata, ma soprattutto a quella popolare vengono costruiti nuovi quartieri dove affluiscono lavoratori e disoccupati in cerca di condizioni migliori, ma non tutti ne trovano. La mancanza di un lavoro continuo e stabile, il sovraffollamento nelle case (all’epoca si facevano molti figli), la facilità a delinquere, nonostante l’incremento delle pene contro coloro che lo facevano, il miraggio della metropoli dove si poteva far fortuna, tutto questo fece sì che venissero attirati anche delinquenti senza scrupoli.
La criminalità, in deciso aumento, preoccupò i vertici degli organi di Polizia, ma pubblicamente non se ne fece mai accenno: il furto era il reato più perpetrato, le rapine seguivano a ruota. La stampa, imbavagliata, non poteva farne menzione, la censura di Stato diramava solo comunicati che esaltavano il regime: Roma doveva essere alla stregua delle altre capitali europee, laboriosa e tranquilla.
Naturalmente il fenomeno non fu tale da destare, da subito, l’attenzione del capo del governo al quale, forse, non furono resi noti i dati statistici. In seguito però ai magistrati ordinari e a quelli dei Tribunali Speciali, per poter arginare qualsiasi tipo di “ribellione” dell’ordine costituito, vennero dati ordini tassativi di emettere condanne esemplari. Così dopo molti anni, non per reati politici, fu emessa e poi eseguita una condanna alla pena capitale. Il condannato a morte era ufficialmente un galvanista trasteverino, ma si dedicava con profitto a furti e rapine, abile guidatore (cosa alquanto inconsueta in un mondo di carretti e biciclette) con l’auto di cui aveva la disponibilità, eseguiti i colpi, faceva perdere rapidamente le sue tracce. Si trattava di Oddo Ficca, di Nazzareno e di Barbara Bartolotti nato a Roma il 4.11.1904, o Oddino come lo chiamano gli amici, già schedato dalla Polizia.
A seguito delle indagini, effettuate dalla Squadra Mobile della capitale, su alcune rapine a danno di alcuni tabaccai e istituti bancari, fu identificato per l’esecutore dei colpi, pedinato ed associato ad un altro pregiudicato componente della banda.
Si decise quindi di chiudere la rete e, la sera del 23 febbraio 1939,  una squadra della “Mobile”  si recò in piazza S. Claudio presso il bar “degli artisti”, per eseguirne la cattura.
Tratti in arresto, i due pregiudicati furono condotti in Questura, e qui si commise un grave errore: non vennero perquisiti subito. Probabilmente perché la Polizia era convinta che se i malfattori si vedevano perduti avrebbero consegnato spontaneamente le armi possedute, o perché per molto tempo disabituati a combattere con veri ossi duri pensavano che questi fossero due “rubagalline”, fatto sta che Oddino, durante l’operazione di perquisizione improvvisamente tirò fuori una pistola e intimò ai presenti di lasciarlo passare. Voleva scappare non voleva tornare al “Coeli” (Regina Coeli) e sperava di farla franca: a qualunque costo.
Non aveva fatto i conti con il fervore ed il coraggio di Sebastiano Campanella, Guardia Scelta di P.S., questi con slancio si avventò sul malvivente cercando di disarmarlo o quantomeno di ritardarne la fuga, non si aspettava il colpo di pistola che forse sorprese anche Oddino. Nel marasma che ne conseguì, Sebastiano non mollò la presa e Oddino sparò di nuovo altre tre volte contro chiunque gli si parasse davanti, finalmente arrivarono in forze altri compagni, ponendo fine all’atto criminoso immobilizzando il criminale.
Rimase a terra Sebastiano, sanguinando copiosamente, dai propri compagni soccorso e trasportato di corsa all’ospedale  dove, durante l’operazione che tentò di salvargli la vita, spirò.
Sebastiano Campanella era stato un’ex Regia Guardia, originario della provincia di Messina dove era nato il 6 febbraio 1900, venne licenziato dopo la soppressione del Corpo il 31 dicembre 1922, come altre migliaia di poliziotti non tutti riassorbiti nel Ruolo Specializzato dei Reali Carabinieri. Presumibilmente tornò in Sicilia a fare l’agricoltore, sua primaria occupazione.
Nel 1925, alla ricostituzione del Corpo degli Agenti di P.S., si arruolò di nuovo forte dei suoi trascorsi e, dopo il corso frequentato presso la Scuola Tecnica di Polizia nella struttura a quell’epoca ubicata in via Guido Reni, fu destinato alla Questura di Roma. Non era sposato.
Durante il processo, dinanzi alla Corte d’Assise di Roma, il legale di Oddino Ficca tentò la carta della seminfermità mentale e della preterintenzionalit à. Le perizie effettuate, però, evidenziarono invece la sanità mentale dell’imputato e la volontarietà del gesto, conseguentemente alla risolutezza nel sottrarsi all’arresto. Il 31 marzo 1939 la predetta Corte lo condannò alla pena capitale e la mattina del 31 maggio dello stesso anno fu condotto a Forte Bravetta, fortilizio che dal 1932 era adibito a luogo di esecuzione delle sentenze di morte del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, qui lo aspettava il plotone di esecuzione che alla presenza di alcuni magistrati e di un sacerdote, eseguì la sentenza.
Il 2 ottobre 1939, a Sebastiano Campanella fu conferita la medaglia d’argento al Valor Militare alla memoria.

In quello stesso luogo, che vide l’esecuzione di un uccisore di poliziotti, verranno di lì a pochi anni, eseguite numerose esecuzioni capitali: patrioti, spie cobelligeranti col nemico, resistenti. Divenendo, dopo la Liberazione, luogo simbolo della Resistenza Romana.
Oggi, accanto all'ingresso del forte, vi è un monumento che ricorda le fucilazioni di 77 patrioti, eseguite nel periodo di occupazione tedesca, fra il 1943 e il 1944, per ordine del Tribunale militare di Guerra germanico e per mano della Gestapo di Herbert Kappler.
Due tra questi coraggiosi furono poliziotti, che in nome della nostra libertà, si immolarono venendo fucilati a Forte Bravetta: Giovanni Lupis ed Emilio Scaglia.
Nel 1945, a guerra finita, vi furono fucilati anche alcuni criminali di guerra condannati dall'Alta Corte di Giustizia, tra questi: Pietro Koch e Pietro Caruso.
Davanti al plotone di esecuzione composto da Guardie di P.S., si concluse una pagina drammatica della nostra storia.

Massimo Gay Sovrintendente della Polizia di Stato –  Ufficio Storico

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