Assessore di Pubblica Sicurezza e Questore

Giacinto Chiapussi

Primo Questore di Torino capitale d’Italia

 

A cura del Centro Studi e Ricerche della Polizia di Stato ANPS di Torino

 Un importante personaggio della polizia torinese preunitaria è Giacinto Chiapussi.

Dalla sua scheda personale aggiornata al 1854, ritrovata all’Archivio di Stato di Torino, apprendiamo che era nato a Susa, l’11 novembre 1815. Nel 1854, è sposato e padre di due ragazzi; possiede “per il valore di lire centomila e più per la massima parte in beni stabili nella provincia di Susa ed in alcuni capitali”.

Laureato in legge nel 1841, Chiapussi è stato nominato luogotenente giudice della sezione Dora di Torino nel 1845, nel 1847 giudice di mandamento a Ormea e, infine, il 4 novembre 1848 assessore di P.S. (equivalente all’attuale commissario) a Torino, inizialmente alla sezione Borgo Po e in seguito a quella di Po. Sempre nella sua scheda personale, alla casella Condotta morale, attività e capacità, leggiamo:

“Regolato. Voglioso di agire e sagace. Sebbene talvolta troppo confidi nelle sue congetture, questo leggero difetto è largamente riparato dall’esito felice di non poche sulle molte operazioni che conduce. Animoso affronta qualunque emergenza. È pertanto un buon assessore”.

Il giudizio, datato 12 aprile 1854, è firmato dall’intendente avv. Giovanni Gallarini, reggente della questura di Torino.

L’avvocato Chiapussi rappresenta la figura più rilevante fra i funzionari della questura torinese.

Dimostra una solida cultura giuridica, con la pubblicazione, nel 1851, dell’opuscolo Alcuni cenni sull’Amministrazione di Sicurezza Pubblica e sul progetto di legge presentato alla Camera dei Deputati il 15 maggio 1851 dall’avvocato Sineo Relatore della Commissione, dove muove critiche vissute a questa proposta di legge.

Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto 1854 una epidemia di colera si estende da Genova a Torino. Sui giornali le notizie della temibile malattia e i bollettini di ammalati e morti fanno la parte del leone. Trova spazio anche la clamorosa notizia di furti considerevoli, commessi nelle abitazioni di ricche famiglie torinesi, mentre i proprietari si trovano in villeggiatura in campagna.

Sulle imprese di questa banda di ladri, l’avvocato Giacinto Chiapussi riesce presto a fare luce, arresta i colpevoli e recupera parte della consistente refurtiva (gioielli con diamanti). Il capobanda è Giuseppe Pavia, genio delle serrature, abilissimo nel fabbricare perfette chiavi false. Pavia, al tempo, è un malfattore atipico. Evita ogni forma di violenza e ogni contatto con le sue vittime. Nel contempo sa pensare veramente in grande, come dimostra l’entità della refurtiva dei furti commessi. È capace a mimetizzarsi molto bene nell’ambiente cittadino, ha un rassicurante aspetto di borghese facoltoso e benpensante, assume molte diverse identità e si mostra sempre amabile con tutti e cortese con le signore[1].

Il questore Gallarini, il 16 settembre 1855, invia una dettagliata relazione al ministero dell’interno, per elogiare Chiapussi, che ha condotto inchieste sfociate nell’arresto di ben tre bande di ladri, con numerosi adepti: oltre a quella di Giuseppe Pavia (agosto 1854), quella di Rubiaglio (novembre 1854) e quella di Bontempo e Dragone, specializzata come quella di Pavia nei furti nelle case di famiglie torinesi nobili e facoltose (agosto 1855).

Il questore Gallarini segnala al ministero questi clamorosi successi ed evidenzia il ruolo positivo di assessori come Chiapussi, che accrescono nella popolazione il rispetto e l’ammirazione per le forze di polizia.

L’avvocato Chiapussi risolve brillantemente anche il caso dell’uccisione del sacerdote Giovanni Cavallo, strangolato nel suo letto nella notte dal 24 al 25 febbraio 1856, e derubato degli oggetti di valore. Già il 26 febbraio, l’assassino è arrestato: è Giuseppe Coltelli, un toscano di ventisei anni, proveniente da una buona famiglia di Pontedera, allora nel granducato di Toscana. Approdato a Torino, sbandato, Giuseppe Coltelli era senza casa e da alcune notti dormiva presso il sacerdote Cavallo, che generosamente lo ospitava. Alcuni giornali si complimentano con l’avvocato Chiapussi e con i suoi dipendenti, per la rapida indagine.

Giuseppe Coltelli confessa: ha ancora in tasca le cedole e l’orologio rubati alla sua vittima. È processato nel marzo dello stesso anno e, di nuovo, i giornali sottolineano il suo aspetto signorile e, soprattutto, il fatto che Coltelli si difenda parlando con grande sicurezza e facilità in italiano e non in piemontese, come gli imputati autoctoni. Coltelli sostiene di aver ucciso il chierico perché sdegnato dalle sue proposte omosessuali. I giudici preferiscono credere che lo abbia strangolato mentre dormiva per derubarlo. Con sentenza del 2 aprile 1856, lo condannano a morte. Il 5 giugno 1856, alle quattro e mezza del mattino, Coltelli viene impiccato. Sulla scala della forca confessa di avere commesso un’altra rapina, rimasta impunita.

Nel 1857 è giunto il momento di nominare un questore proveniente dagli assessori di pubblica sicurezza, con esperienze operative. L’avv. Giovanni Gallarini, che ha ricoperto la carica di questore dal 1854 al 1856, era un intendente, proveniente dalla carriera che oggi diremmo prefettizia. È nominato questore l’avv. Lorenzo Moris, che terrà questa carica fino al 1859.

Con tutte le referenze che abbiamo esposto in precedenza, c’è da chiedersi perché non fosse nominato Chiapussi alla carica di questore di Torino. Non sappiamo rispondere a questa domanda. Non ci sono documenti e non vogliamo tirare fuori ipotesi poco rassicuranti…

Chiapussi, invece, passa alla Amministrazione delle carceri, a quel tempo alle dipendenze del ministero dell’interno. Diviene direttore della Generala, il carcere minorile di Torino, oggi noto come “Ferrante Aporti”. Sul finire del 1859, è direttore delle carceri di Genova, quando viene nominato questore di Torino.

Dal 1860 al 1864, Chiapussi è il primo questore di Torino capitale del Regno d’Italia.

Non è un momento facile, né per il neonato regno, né per la città di Torino. Emergono problemi enormi e non sempre i politici appaiono all’altezza del loro compito.

Chiapussi deve di nuovo occuparsi di Giuseppe Pavia, che è evaso nel 1858 dal bagno penale di San Bartolomeo in Cagliari e ha ripreso la sua attività di ladro a Torino. Tra le sue vittime vi è un signor Agnelli, quando questo cognome a Torino non significa nulla. Pavia è arrestato, il 13 agosto 1861, a Torino. La stampa assicura che Torino è stato liberato da un pericolo e che si sarebbe fatta luce su una lunga serie di furti. Processato e condannato a venticinque anni di lavori forzati, Giuseppe Pavia, che non ha voluto fare confessioni e rivelazioni sui suoi complici, muore nell’ospedale del bagno penale di Gaeta nel 1887.

Il consenso e la simpatia popolare che la cattura di Giuseppe Pavia ha indotto nei confronti della questura torinese, dura un tempo brevissimo. Si addensano di colpo le più fosche nubi, l’arresto di Pavia è dimenticato, sospetto e sdegno verso la polizia aleggiano sulle pagine dei quotidiani politici torinesi.

Dalla seconda metà di agosto 1861, a Torino si verifica un clamoroso e grave scandalo che coinvolge un funzionario della Pubblica Sicurezza, fino ad allora assai stimato. Tutto inizia con le rivelazioni di un giovane criminale pentito torinese, Vincenzo Cibolla, che collabora con la giustizia. Nel corso di un primo processo (1860), Cibolla ha accusato numerosi complici, che formavano con lui la temibile associazione criminale, detta la Cocca, che aveva terrorizzato Torino negli anni tra il 1856 e il 1858. Cibolla, nell’agosto 1861, durante un secondo processo, accusa nuovi complici e rivela con prove inoppugnabili che il capo dell’associazione criminale era Filippo Curletti, delegato della questura torinese. Curletti intanto ha fatto carriera. Incaricato di tutelare la sicurezza pubblica nelle nuove province del regno d’Italia, risiede a Napoli, una delle città “difficili” del regno. Dopo un drammatico confronto con Cibolla in tribunale a Torino, Curletti, ormai smascherato e compromesso, non viene arrestato, ma soltanto sospeso dall’impiego. Ha così il tempo di fuggire all’estero, tra feroci polemiche giornalistiche che denunciano varie complicità nei suoi confronti. Si può affermare che il processo Cibolla rappresenti il vero primo grande scandalo dell’Italia unita.

Chiapussi non è direttamente coinvolto nelle polemiche. Al tempo della Cocca, lui apparteneva alla Amministrazione delle carceri. Qualcuno ricorda che era stato il questore Moris, il grande “patrono” di Curletti. Ma lo scandalo Curletti mette in cattiva luce l’Amministrazione di pubblica sicurezza, l’esecutivo del neonato regno d’Italia e giunge a sfiorare persino lo scomparso conte Camillo Cavour.

La Gazzetta del Popolo, qualificato quotidiano politico torinese, si fa promotore di un “serio riordino della polizia”. La campagna giornalistica mira al miglioramento dell’efficienza della pubblica sicurezza e alla istituzione di un ministero di polizia, che sia in grado di fronteggiare validamente la situazione molto grave dell’ordine pubblico di tutto il regno.

Nel marzo del 1863, il bolognese Marco Minghetti diventa presidente del consiglio, con il fiorentino Ubaldino Peruzzi ministro dell’interno e il napoletano Silvio Spaventa segretario generale del ministero dell’interno. I deputati Minghetti, Peruzzi e Silvio Spaventa sono i portavoce di una corrente antipiemontese che si è creata nel Parlamento e sostengono apertamente la necessità del trasferimento della capitale del regno da Torino in una città con posizione geografica meno periferica e di più forte carattere italiano.

Torino al tempo conta 179.000 abitanti che salgono a 207.000 con quelli dei sobborghi. Per far posto al Senato del regno, dal finire del 1862, la questura è stata spostata da Palazzo Madama e trasferita in piazza San Carlo, di lato alla chiesa di Santa Cristina. Nei mezzanini sotto i portici di piazza Castello, oggi occupati dalla prefettura, sono alloggiati il ministero dell’interno e quello degli esteri.

La gestione “antipiemontese” di Peruzzi e Silvio Spaventa del ministero dell’interno è avvertita a Torino soprattutto dal “peggioramento” delle guardie di pubblica sicurezza, il personale che ha più frequenti rapporti con la cittadinanza.

Nel settembre del 1864 dopo lunghe trattative segrete, il governo Minghetti stipula una Convenzione con la Francia. L’imperatore Napoleone III si impegna a ritirare le sue truppe dallo stato pontificio entro due anni. In cambio, l’Italia rinuncia alle sue aspirazioni su Roma, promette di non attaccare militarmente il territorio del Sommo Pontefice e si impegna a difenderlo da eventuali aggressioni. A garanzia di questa rinuncia, la capitale del regno d’Italia sarà trasferita in una città diversa da Torino. Il governo prevede proteste nella città di Torino e teme che il questore Chiapussi non sia abbastanza “energico” verso i Torinesi. Il ministro dell’interno non lo rimuove dal suo incarico ma, fin dalla firma della Convenzione (15 settembre), in segreto e all’insaputa della questura, chiama da Milano, Firenze, Napoli e Palermo un certo numero di funzionari di sua fiducia, posti a disposizione del segretario generale Silvio Spaventa, ed esautorando di fatto Chiapussi.

 

Quando è annunciata la decisione del trasferimento della capitale da Torino a Firenze, il 21 e 22 settembre, i torinesi protestano, civilmente e con ordine come nel loro stile. La forza pubblica, mal guidata dai personaggi prima ricordati, spara sulla folla. Nei due giorni, in piazza Castello davanti al ministero dell’interno e in piazza San Carlo davanti alla questura si contano 52 morti, fra cui due donne, e 187 feriti. Per colpa di manovre di bassa politica, il questore Chiapussi - che dieci anni prima era considerato uno dei migliori funzionari di polizia - chiude male il suo periodo di questore di Torino. Si vuole trovare in lui un capro espiatorio: è ingiustamente rimosso e concluderà la sua carriera parcheggiato in qualche oscura sottoprefettura.


 

[1] Al curioso personaggio di Giuseppe Pavia, Milo Julini ha dedicato il suo libro L’Arsenio Lupin del Piemonte. Un abilissimo scassinatore astigiano attivo in Torino, capitale del regno di Sardegna e del regno d’Italia fra il 1854 e il 1862, Torino 1999.

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